L’equitazione è uno sport di squadra: il punto di vista del mental coach Alessandro Fabbroni
Intervista al mental coach Alessandro Fabbroni: “La performance non definisce il valore della persona”
Ci siamo incontrati con Alessandro Fabbroni, mental coach di Trana (TO), che da anni supporta atleti impegnati in competizioni sportive con l’obiettivo di aiutarli a esprimere la loro migliore performance mentale. Con lui abbiamo parlato di equitazione, gestione dell’ansia e di cosa significhi davvero praticare uno sport di squadra, considerando non solo il cavallo.
Coach Fabbroni, partiamo da un concetto chiave, qual è l’errore più frequente che riscontra negli atleti?
“Spesso manca una distinzione linguistica fondamentale tra autostima e autoefficacia. Molti atleti commettono un errore cognitivo. Identificano la propria identità con la performance. In altre parole, pensano se faccio bene valgo, se sbaglio non valgo. Giudicano il loro essere dalla qualità del loro fare.
Questo meccanismo è molto pericoloso, perché trasforma ogni gara in un giudizio personale, anziché in un’esperienza sportiva.”
Nell’equitazione si parla spesso di binomio cavallo–cavaliere. Ma è davvero solo questo il “team”?
“Nell’equitazione il lavoro di squadra è molto più ampio. Certo, il cavallo è il primo partner, ma attorno al cavaliere esiste un sistema fondamentale. Istruttore, groom, veterinario, famiglia, preparatore atletico e mentale.
L’atleta deve imparare a sentirsi parte di una rete. La qualità della comunicazione e della fiducia all’interno di questo sistema incide direttamente sulla serenità e quindi sulla performance.”
Quando un atleta si rivolge a lei, da dove inizia il vostro percorso?
“Spesso mi incontro con atleti che hanno difficoltà nel controllo degli stati ansiogeni. Il primo passo è la conoscenza della persona e del suo punto di vista. Mi interessa capire che tipo di osservatore è rispetto alla propria esperienza.
Lo strumento più efficace che utilizzo è l’ascolto attivo. Attraverso il linguaggio che l’atleta usa, cerco di riconoscere eventuali opinioni o credenze limitanti. Da lì parto con domande che lo aiutino a diventare più consapevole di sé. È questa consapevolezza che permette di muoversi verso il futuro e verso i propri obiettivi.”
Quanto conta il primo incontro?
“Preferisco che il primo incontro sia in presenza. La comunicazione non verbale è fondamentale per creare fiducia. Non è importante vedere l’atleta nel momento sportivo. Ciò che conta è poter osservare e ascoltare. La relazione è la base di tutto.”
Oggi il supporto mentale è ancora visto come un’eccezione?
“Assolutamente no. Ad alto e medio livello è ormai comune avere un supporto mentale professionale. Nello sport esistono moltissime variabili, e un intervento non competente può compromettere la possibilità di esprimere la miglior performance.
Ogni gara è a sé stante. Se non si raggiunge l’obiettivo prefissato, non è un fallimento ma un momento di apprendimento e di valutazione dei fattori che non hanno funzionato.”
Il suo percorso professionale include anche il lavoro con le aziende. Che cosa porta questo al mondo sportivo?
“L’esperienza nella formazione e consulenza aziendale mi ha insegnato a comprendere rapidamente dove intervenire. Mi offre punti di vista che dal solo ambito sportivo non emergerebbero.
Nelle aziende, quando si affrontano temi legati alla performance o alla crescita personale, spesso mi trovo davanti a team pronti a partecipare e condividere. Questo approccio collaborativo è molto utile anche nello sport.”
Possiamo dire che anche la serenità è un obiettivo da allenare?
“Certamente. Dopo una prima fase di conoscenza, propongo appuntamenti periodici per sviluppare argomenti specifici che possano stimolare la riflessione dell’atleta.
L’obiettivo è costruire un percorso su misura che permetta di raggiungere la necessaria serenità per affrontare la disciplina. Perché la performance nasce prima di tutto da uno stato mentale equilibrato.”
Nel mondo dell’equitazione — e dello sport in generale — la performance non è solo tecnica o preparazione fisica. È consapevolezza, comunicazione, equilibrio emotivo. E soprattutto, è lavoro di squadra con il cavallo, con il proprio team e con sé stessi.
Rita Leo
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