PRP, il “concentrato di guarigione”: la scienza conferma il suo ruolo nell’artrosi del cavallo

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Cavallo che trotta

L’artrosi del cavallo è un grande nemico per il nostro amico-atleta: un passo più corto, un nodello che si irrigidisce, un lieve gonfiore dopo il lavoro… sono segnali che troppo spesso anticipano una progressiva perdita di performance. È una patologia subdola, cronica, capace di accorciare carriere sportive brillanti.

Da anni si parla di PRP – Platelet-Rich Plasma, una terapia rigenerativa basata sull’utilizzo del sangue del cavallo stesso, concentrato in modo da ottenere una miscela ad elevata presenza di piastrine, veri e propri “contenitori biologici” di fattori di crescita e molecole antinfiammatorie. La promessa è affascinante: non sopprimere semplicemente la sintomatologia, ma sostenere i processi naturali di riparazione dell’articolazione.

Ma quanto funziona davvero? Una review pubblicata su Animals nel 2025 ha analizzato tutti gli studi clinici e sperimentali degli ultimi vent’anni, fornendo la fotografia più aggiornata e completa disponibile oggi.

Perché il PRP interessa così tanto?

Il PRP è una terapia che parla la lingua della fisiologia: viene ottenuto tramite centrifugazione del sangue del cavallo, dalla quale si ricava una frazione ricca di piastrine. Una volta iniettate nell’articolazione danneggiata, queste liberano gradualmente fattori come PDGF-BB e TGF-β1, che modulano l’infiammazione, favoriscono il richiamo di cellule riparative e contribuiscono a migliorare la qualità del liquido sinoviale, un fluido che funge da “lubrificante” all’interno delle articolazioni.

Quella con PRP è una terapia non dopante, con impatto sistemico minimo.

Cosa emerge davvero dagli studi?

La review è molto chiara su un punto: il PRP è sicuro. Gli studi clinici e sperimentali riportano al massimo una lieve infiammazione transitoria dell’articolazione, più evidente quando il PRP viene attivato con trombina bovina — pratica ormai sempre meno utilizzata proprio perché più irritante per la sinovia.

Nessun effetto sistemico avverso significativo è stato documentato. Questo rende il PRP particolarmente interessante anche in cavalli con condizioni metaboliche dove corticosteroidi e FANS possono essere problematici.

Un altro risultato molto importante è che le due principali tipologie di PRP, quello ricco di leucociti (L-PRP) e quello povero di leucociti (P-PRP), mostrano benefici clinici simili. Riduzione della zoppia, miglioramento della mobilità articolare e, in molti casi, ritorno al lavoro: tutto ciò è stato osservato con entrambe le formulazioni. Ciò che cambia non è tanto il “tipo” in sé, ma la qualità della preparazione e l’adattamento del trattamento alle caratteristiche del singolo cavallo.

Gli effetti positivi si manifestano soprattutto nei primi mesi dopo il trattamento. Alcuni studi riportano che fino all’80% dei cavalli torna al proprio livello di attività entro un anno, ma è altrettanto chiaro che in diversi casi il beneficio può attenuarsi nel tempo, suggerendo che cicli ripetuti potrebbero essere necessari per mantenere il risultato nel lungo periodo.

Le domande ancora aperte

Nonostante i risultati incoraggianti, la revisione mette in luce anche una certa confusione metodologica: manca un protocollo condiviso per la preparazione del PRP. I volumi iniettati variano molto (da 3 a 25 mL a seconda dell’articolazione), così come le concentrazioni di piastrine e leucociti, e la frequenza delle somministrazioni. Alcuni cavalli ricevono una sola iniezione, altri cicli da due o tre a distanza di due settimane.

Un punto particolarmente interessante riguarda l’attivazione del PRP. Mentre l’attivazione con CaCl₂ sembra innocua, quella con trombina bovina induce un’infiammazione sinoviale più spiccata, come confermato dagli studi sperimentali che rilevano incrementi di IL-6 e TNF-α (indicatori di infiammazione) nel liquido articolare dopo la somministrazione di PRP attivato con trombina.

La conclusione degli autori è chiara: attivare il PRP non è necessario e può essere addirittura controproducente.

Uno sguardo più tecnico per gli addetti ai lavori

La parte più scientifica della revisione conferma che il PRP non agisce solo come modulatore dell’infiammazione, ma influisce anche su processi riparativi profondi. Alcuni studi misurano significativi aumenti di TGF-β1 e PDGF-BB nelle ore successive all’iniezione, con concentrazioni che possono superare i 3000 pg/mL nei PRP attivati (sebbene, come detto, non sia la scelta più sicura).

Interessante è anche lo studio su cavalli con sinovite indotta da IL-1β: pur non modificando immediatamente la zoppia o l’effusione articolare, il PRP ha migliorato in modo significativo i punteggi istologici, indicando un effetto protettivo e riparativo a livello dei tessuti della membrana sinoviale e della cartilagine.

Oggi si tende a ritenere più favorevoli le formulazioni con concentrazioni piastriniche moderate, circa due-cinque volte il valore del sangue, mentre concentrazioni troppo elevate potrebbero risultare pro-infiammatorie.

Cosa significa per il cavallo e per l’operatore equestre

Il quadro che emerge è quello di una terapia promettente, utile soprattutto nelle fasi iniziali e intermedie dell’artrosi. Il PRP non è una bacchetta magica, ma può diventare un prezioso alleato se inserito in un percorso terapeutico strutturato che comprenda una corretta gestione del lavoro, ferratura adeguata, controllo del peso e monitoraggio veterinario.

Verso il futuro: la necessità di studi più solidi

La revisione termina con un invito alla comunità scientifica: servono studi più grandi, con protocolli standardizzati, tempi di follow-up più lunghi e confronti diretti tra PRP, APS, corticosteroidi e altre terapie rigenerative. Solo così sarà possibile identificare il protocollo ideale per massimizzare i benefici e ridurre le variabili.

Il PRP rappresenta una delle prospettive più interessanti della medicina equina moderna. È sicuro, biologico e capace — in molti casi — di migliorare le condizioni articolari dei cavalli sportivi, allungandone la carriera e migliorandone la qualità di vita. La scienza dice che funziona, ma aggiunge che possiamo ancora imparare molto per renderlo una terapia davvero ottimizzata e su misura.

Alessandra Ceserani

Reference: Carmona JU, López C. Platelet-Rich Plasma in Equine Osteoarthritis: A Systematic Review of Clinical and Experimental Evidence. Animals (Basel). 2025 Sep 9;15(18):2647. doi: 10.3390/ani15182647. PMID: 41007891; PMCID: PMC12466402.

© Riproduzione riservata.

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