Étienne Beudant e Federico Caprilli, due visioni del lavoro in piano del cavallo.

Étienne Beudant e Federico Caprilli, due visioni del lavoro in piano del cavallo.

La leggerezza della scuola francese e il sistema naturale italiano, un diverso modo di concepire l’educazione del cavallo, tra precisione degli aiuti e libertà di movimento.

Il lavoro in piano serve soprattutto a preparare il cavallo alle esigenze della campagna e del salto, oppure può diventare un percorso di perfezionamento capace di condurlo fino all’alta scuola? Il confronto tra Étienne Beudant e Federico Caprilli può essere letto attraverso questa domanda. Le loro concezioni presentano differenze importanti, ma sarebbe riduttivo trasformarle in una contrapposizione tra chi voleva addestrare il cavallo e chi preferiva lasciarlo semplicemente libero.

Étienne Beudant, maestro francese vissuto tra il 1863 e il 1949, apparteneva alla tradizione di François Baucher, trasmessa attraverso gli insegnamenti di Faverot de Kerbrech. Al centro della sua ricerca si trovava la leggerezza. Una qualità da costruire attraverso l’educazione del cavallo, la precisione delle richieste e la progressiva riduzione degli interventi del cavaliere. La Federazione francese di equitazione individua proprio nella leggerezza e nella non opposizione degli aiuti alcuni punti fondamentali del suo pensiero.

Per Beudant, il lavoro in piano poteva quindi assumere un valore che andava oltre la preparazione pratica. Era il luogo in cui affinare il linguaggio tra cavallo e cavaliere, rendendo le risposte sempre più pronte e discrete. Il principio tradizionalmente espresso nella formula «mano senza gambe, gambe senza mano» mirava a evitare richieste contraddittorie. L’azione che produce l’impulso non doveva incontrare una mano che contemporaneamente la ostacolasse. L’obiettivo era arrivare a un cavallo capace di eseguire e mantenere quanto richiesto senza essere sostenuto da interventi continui.

Federico Caprilli affrontava il problema da una prospettiva diversa. La sua ricerca nasceva soprattutto dalle necessità dell’equitazione militare, della campagna e del superamento degli ostacoli. Osservando il cavallo, cercava un modo di montare che ne rispettasse il movimento e permettesse al cavaliere di accompagnarlo senza provocare impedimenti. La rivoluzione del sistema naturale riguardava dunque anche il comportamento dell’uomo in sella: il suo equilibrio, la sua posizione e l’uso delle redini. È qui che emerge la differenza più significativa. Nella prospettiva di Beudant, l’educazione poteva spingersi fino alla raffinatezza dell’equitazione savante; in quella di Caprilli, il criterio dominante era la funzionalità del cavallo nel movimento in avanti e sul terreno. Si tratta di una lettura delle rispettive finalità, non della prova di una polemica diretta tra i due maestri. Beudant cercava una continuità tra equitazione d’esterno e alta scuola; Caprilli elaborava il proprio sistema a partire dalle esigenze concrete della campagna e del salto.

Sarebbe però inesatto concludere che Caprilli rifiutasse qualsiasi lavoro di scuola. Una ricostruzione pubblicata dalla FISE Lazio ricorda fotografie e testimonianze relative al suo lavoro a mano con la cavalla Itala. Questi elementi invitano a distinguere il pensiero del maestro dalle interpretazioni più rigide maturate successivamente intorno al suo metodo. La differenza riguarda soprattutto lo scopo e il ruolo attribuiti agli esercizi nell’addestramento.
Anche Beudant, d’altra parte, non confinava il cavallo nel maneggio. Il titolo della sua opera Extérieur et haute école, pubblicata nel 1923, esprime chiaramente l’intenzione di collegare l’impiego all’aperto e l’equitazione più raffinata. Nella sua concezione, la qualità dell’addestramento doveva trovare conferma tanto sul piano quanto all’ostacolo e sul terreno variato.

Il confronto lascia così al cavaliere una domanda ancora feconda: quale utilità ha ciò che si chiede al cavallo? Beudant invita a riflettere sulla chiarezza degli aiuti e sulla finezza delle risposte; Caprilli sul rapporto tra l’intervento umano e la libertà del movimento. Il lavoro in piano acquista significato quando questi interrogativi entrano nella pratica quotidiana e ogni esercizio risponde a un obiettivo comprensibile.

Nell’immagine Etienne Beudant

HSJ – RL

Étienne Beudant, Extérieur et haute école (1923; versione riveduta nel 1948). È l’opera di riferimento per il rapporto tra lavoro in maneggio, alta scuola ed equitazione all’aperto. Per l’articolo ho consultato la scheda bibliografica e la presentazione dell’opera, non il volume integrale.

Federazione Francese di Equitazione, “Ouvrages conseillés”. Presenta gli scritti di Beudant e ne riassume i principi di leggerezza e non opposizione degli aiuti.

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