La scelta dell’istruttore, quando la competenza fa davvero la differenza.
Ottenere un risultato non basta. Un vero istruttore deve saper comprendere cavallo e cavaliere, individuare l’origine delle difficoltà e costruire soluzioni che rispettino il benessere e la crescita del binomio.
Nell’equitazione scegliere un istruttore significa scegliere molto più di qualcuno che ci dica cosa fare in sella. Significa affidare a una persona la nostra formazione e, almeno in parte, anche quella del nostro cavallo.
Per questo la scelta non dovrebbe mai essere superficiale.
Un buon istruttore non è semplicemente colui che riesce a far eseguire un esercizio. È colui che sa spiegare come, perché e quando quell’esercizio deve essere richiesto e, soprattutto, sa riconoscere cosa sta accadendo quando il risultato non arriva.
Ed è proprio davanti alle difficoltà che la differenza tra un istruttore e un vero professionista diventa evidente.
Far eseguire non significa necessariamente saper insegnare.
Un cavaliere può riuscire a portare a termine un esercizio seguendo una sequenza di indicazioni, più gamba, meno mano, cambia redine, correggi la posizione, ripeti. Ma cosa ha realmente imparato?
Se l’allievo non comprende perché il cavallo abbia reagito in un certo modo, quale sia stata la causa dell’errore e cosa abbia prodotto il miglioramento, rischia di diventare dipendente dall’istruttore.
Un buon insegnamento, invece, deve progressivamente rendere il cavaliere più consapevole e autonomo.
L’istruttore dovrebbe insegnargli a percepire l’equilibrio, riconoscere una tensione, comprendere una resistenza, valutare la qualità di una risposta e interrogarsi sul proprio assetto e sull’uso degli aiuti.
Non deve semplicemente fornire soluzioni, deve insegnare all’allievo a ragionare.

È davanti a un problema che emerge la vera competenza.
Quando tutto funziona, molte differenze possono passare inosservate.
La preparazione tecnica dell’istruttore diventa decisiva quando un cavallo comincia a manifestare una difficoltà: si irrigidisce, perde equilibrio, si sottrae agli aiuti, rifiuta un esercizio, anticipa una richiesta, cambia improvvisamente comportamento oppure mostra una resistenza che prima non esisteva. A quel punto la domanda non dovrebbe essere soltanto: “Come facciamo a farglielo fare?”. La domanda più importante dovrebbe essere: “Perché il cavallo sta facendo questo?” Sono due modi profondamente diversi di affrontare l’equitazione.
Nel primo caso l’obiettivo rischia di diventare semplicemente ottenere l’esecuzione. Nel secondo si cerca di comprendere la causa della difficoltà per trovare una soluzione corretta e duratura.
Non tutto ciò che appare come disobbedienza lo è.
Un cavallo che dice “no” sta comunque fornendo un’informazione.
Può non aver compreso la richiesta. Può non possedere ancora la forza, l’equilibrio o la preparazione necessari. Può ricevere dal cavaliere segnali contraddittori. Può aver sviluppato una risposta sbagliata durante l’addestramento. Oppure può manifestare un disagio fisico che merita di essere approfondito.
Attribuire automaticamente ogni difficoltà alla testardaggine o alla cattiva volontà del cavallo significa rischiare di non vedere il vero problema. La competenza tecnica dell’istruttore serve proprio a questo, osservare, distinguere e formulare ipotesi prima di intervenire.
E serve anche a riconoscere quando il problema esce dal proprio campo di competenza. Se vi sono elementi che fanno sospettare dolore o una problematica fisica, la professionalità consiste anche nel fermarsi e chiedere una valutazione alle figure qualificate appropriate, a partire dal veterinario. Dire “questo deve essere approfondito da un altro professionista” non diminuisce il valore di un istruttore. Al contrario, può essere uno dei segnali della sua serietà.

La forza non può sostituire la competenza.
Quando un esercizio non riesce, aumentare semplicemente la pressione può talvolta produrre una risposta immediata. Ma ottenere una risposta non significa necessariamente aver risolto il problema. Un cavallo può eseguire e continuare, nello stesso tempo, a non comprendere, a essere in difficoltà o a lavorare in una condizione non corretta. La vera domanda non è quindi soltanto se il cavallo esegue, ma come arriva a eseguire.
Un istruttore competente sa quando insistere, ma sa anche quando tornare indietro. Sa scomporre un problema, proporre un esercizio preparatorio, modificare la richiesta e ricostruire un passaggio che non è stato realmente acquisito. A volte il progresso più importante non consiste nel chiedere di più, ma nel capire quale passaggio è mancato prima. Un grande cavaliere non è automaticamente un grande istruttore.
Anche questo è un aspetto che merita attenzione.
Risultati agonistici, esperienza e qualifiche hanno certamente valore, ma non sono sufficienti, da soli, a definire la qualità dell’insegnamento.
Saper montare, saper addestrare e saper insegnare sono competenze collegate, ma non identiche.
Un bravo istruttore deve possedere conoscenze tecniche, ma anche capacità di osservazione e comunicazione. Deve riuscire a tradurre ciò che vede in indicazioni che quello specifico allievo possa comprendere e applicare. Deve saper cambiare spiegazione quando la prima non funziona. E soprattutto deve essere capace di guardare contemporaneamente il cavaliere, il cavallo e la relazione tra i due. Perché spesso il problema non appartiene esclusivamente all’uno o all’altro: nasce proprio dalla comunicazione del binomio.
Il buon istruttore non crea dipendenza, crea consapevolezza.
Uno degli indicatori più importanti della qualità dell’insegnamento è ciò che accade nel tempo. L’allievo sta diventando più consapevole? Riesce progressivamente a riconoscere i propri errori? Comprende meglio le reazioni del cavallo? Sta sviluppando sensibilità, capacità di analisi e autonomia? Se la risposta è sì, l’istruttore non sta semplicemente dirigendo una lezione: sta formando un cavaliere. Questo dovrebbe essere uno degli obiettivi più alti dell’insegnamento equestre.
Non creare cavalieri capaci di funzionare soltanto quando qualcuno impartisce loro istruzioni da bordo campo, ma persone in grado di osservare, sentire, ragionare e assumersi la responsabilità delle proprie decisioni nei confronti del cavallo.
Scegliere l’istruttore significa scegliere una filosofia
Alla fine, dietro ogni metodo di insegnamento esiste una concezione dell’equitazione. C’è chi considera prioritario ottenere l’esercizio e chi considera altrettanto importante capire attraverso quale percorso cavallo e cavaliere siano arrivati a quel risultato. La differenza è enorme. Per questo, quando scegliamo un istruttore, non dovremmo domandarci soltanto quanti risultati abbia ottenuto.
Dovremmo osservare come insegna, come affronta gli errori, come reagisce davanti a una difficoltà, come tratta il cavallo quando qualcosa non funziona e quanto è capace di spiegare il perché delle proprie scelte. Un buon istruttore non promette di avere sempre una risposta immediata. Possiede però gli strumenti per osservare, ragionare, cercare la causa e, quando necessario, riconoscere che occorre il contributo di un altro professionista. Perché nell’equitazione la competenza non si misura soltanto da ciò che si riesce a far fare a un cavallo.
Si misura anche dalla capacità di capire perché qualcosa non funziona, trovare la strada più corretta per affrontarlo e insegnare al cavaliere a comprenderlo a sua volta.
Ed è per questo che la scelta dell’istruttore è fondamentale, scegliamo la persona alla quale affidiamo la nostra crescita, ma anche una parte della fiducia, della formazione e del benessere del nostro cavallo.
HSJ – RL – foto Stefano Secchi
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