Vita di… un cavaliere italiano all’estero: Paolo Mario De Simone in Germania dal 2018
Preparare la valigia, il cassone. Caricare i cavalli sul camion e partire per confrontarsi con un contesto straniero. Servono coraggio e voglia di mettersi in gioco e di imparare dai migliori. Paolo Mario De Simone li ha avuti e nel 2018 ha lasciato l’Italia per costruire il suo futuro in Germania nella disciplina del completo.
Paolo Mario De Simone, 31 anni, è nato a Roma ed è cresciuto sportivamente a Montelibretti con Alessandra e Giovanni Bonaccorsi. Dopo una brillante carriera giovanile, culminata con tre campionati europei, uno da Junior e due da Young Rider, a 23 anni ha sentito il bisogno di «vedere qualcos’altro». L’opportunità è arrivata quasi per caso durante un internazionale in Belgio. Lì ha incontrato colui che sarebbe diventato il suo mentore: Elmar Lesch, campione tedesco di completo. Quello che doveva essere un periodo di sei mesi nella scuderia di Lesch in Germania è diventato un percorso di oltre quattro anni.
Per i primi tre anni Paolo ha lavorato per lui a tempo pieno. Poi, quando è riuscito ad avviare la propria attività, ha continuato a collaborare con Lesch: il tedesco è rimasto il suo trainer e, in cambio, Paolo gli montava alcuni cavalli.
Dopodiché, «per due anni e mezzo ho portato avanti la mia attività nella scuderia di Sandra Auffarth», amazzone della squadra tedesca di completo, racconta De Simone. «Se da Elmar Lesch ho imparato molti elementi di tecnica equestre che metto in pratica ogni giorno, soprattutto con i cavalli giovani, e principi di business e stable management, lavorando con Sandra Auffarth ho alzato l’asticella». Oggi Paolo lavora in autonomia presso la scuderia di Christoph Wahler, a sud di Amburgo.
In Germania, come racconta De Simone, molti aspetti sono facilitati dai numeri: «Ci sono più cavalli, più puledri, più strutture che consentono di allenarsi in cross, più competizioni accessibili sia dal punto di vista logistico sia finanziario. Se devo far crescere un cavallo giovane, qui ho la possibilità economica di iscrivermi a una gara spendendo una cifra ragionevole e senza allontanarmi troppo dalla mia scuderia. Questo mi permette di non perdere troppo tempo, di pagare meno benzina e di non dover passare la notte fuori pagando il costo del box».
Il sistema tedesco, inoltre, è «quadrato» e sistematico: «I cavalieri montano tutti nello stesso modo e i cavalli sono lavorati tutti nello stesso modo. Anche se, ovviamente, è sempre rispettato il modo di essere e di comportarsi di ciascun cavallo, adeguando il lavoro alle esigenze di ciascun soggetto».
Il percorso all’estero di Paolo non è stato privo di ostacoli. Dopo circa un anno e mezzo all’estero, «ho messo in discussione tutto quello che sapevo. Pensavo di fare una cosa in un certo modo e il mio capo la voleva in un altro. Ero arrivato a un punto in cui non riuscivo più nemmeno a trovare una distanza su una barriera a terra. Era diventato tutto molto complicato. Ogni volta che salivo in sella, mettevo tutto in discussione. E non era per nulla costruttivo».
Dopo un paio di mesi passati a cercare di dare un senso a tutte le cose che stava imparando, è riuscito a trovare la propria strada, «usando il sistema tedesco», e le cose hanno iniziato ad andare meglio. Ma è proprio nei momenti di crisi che avviene la vera crescita: «Integrando la precisione maniacale di campioni come Sandra Auffarth con tutto quello che avevo imparato nei 15 anni precedenti».
La vita del professionista all’estero è fatta di sveglie all’alba e duro lavoro, racconta De Simone: «Si vedono grandi sportivi che hanno vinto i mondiali, pulire i box la mattina e prepararsi i cavalli da soli. Oppure portare i 4 anni in gara alle 7 di mattina a febbraio. Perché in Germania sanno che nulla è regalato, ma tutto arriva con l’impegno. E nessuno si sente mai arrivato».
È forse proprio questa la lezione più importante che Paolo ha imparato all’estero: non ci sono scorciatoie, ma il lavoro, accompagnato dall’autocritica, prima o poi viene riconosciuto. «La Germania non è un Paese per tutti: il clima e il cibo non sono di certo quelli dell’Italia. Ma è il luogo dove, se lavori bene, le soddisfazioni e il riconoscimento professionale arrivano sempre».
Di Chiara Balzarini
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