Perché salto, dressage e completo sì e l’endurance no? sognando la California.
L’Italia del salto ostacoli, venerdì scorso ad Aachen, in occasione dei FEI Jumping World Championships, ha centrato una storica impresa conquistando il pass per il team, dopo molti anni, dei prossimi Giochi Olimpici di Los Angeles 2028. E per l’Endurance restiamo con sognando la California.
Giulia Martinengo Marquet, Emanuele Camilli, Giacomo Casadei e Piergiorgio Bucci, che hanno concluso al quinto posto la finale a squadre disputata in notturna, ci hanno fatto tornare alla mente la solita domanda, “perché l’endurance non diventa una disciplina olimpica?” L’endurance è una disciplina FEI da tanto tempo, ma questo non comporta automaticamente l’ingresso nel programma dei Giochi. Il CIO, Comitato Olimpico Internazionale, quando deve decidere sull’inserimento di una nuova disciplina, valuta soprattutto l’attrattiva mondiale, l’interesse degli sponsor, i costi, la complessità organizzativa e l’interesse televisivo. Il principale ostacolo dell’endurance è legato all’immagine della disciplina e alla tutela del benessere del cavallo.
Nonostante la FEI abbia imposto negli anni regole e controlli sempre più severi per tutelare il benessere dei cavalli e recuperare credibilità, una gara di 160 chilometri presenta inevitabilmente rischi difficili da gestire davanti al pubblico mondiale. Anche una semplice eliminazione al cancello veterinario, assolutamente normale per chi conosce questa disciplina, potrebbe essere interpretata negativamente da chi si avvicina all’endurance per la prima volta. La stessa FEI, probabilmente, deve pensare prima di tutto a difendere la permanenza olimpica di salto ostacoli, dressage e completo, già sottoposti a una crescente attenzione sul tema del benessere animale, piuttosto che promuovere l’ingresso di una quarta disciplina equestre.
A questo si aggiungono le difficoltà organizzative; una gara di endurance necessita di percorsi molto estesi, numerosi veterinari, personale di sicurezza, mezzi di soccorso, aree di assistenza e ingenti risorse economiche.
Esigenze che sembrano andare nella direzione opposta rispetto alla volontà del CIO, sempre più orientato a ridurre i costi e la complessità organizzativa dei Giochi.
Anche dal punto di vista televisivo una competizione così lunga e sviluppata su decine di chilometri non è semplice da raccontare. Trasformarla in un prodotto immediato, comprensibile e coinvolgente per il grande pubblico rappresenterebbe una sfida tutt’altro che secondaria.
L’endurance è ormai diffuso in molte parti del mondo, ma l’attività di altissimo livello rimane concentrata soprattutto nei Paesi con maggiori disponibilità economiche. Manca inoltre una forte campagna internazionale sostenuta dalla FEI e condivisa dalle federazioni nazionali, mentre il movimento appare ancora diviso tra modelli sportivi, culturali ed economici profondamente differenti.

La politica, dunque, ha certamente il suo peso, ma il vero ostacolo sembra derivare dall’unione di più fattori cioè la tutela del cavallo, la reputazione costruita negli anni, gli elevati costi organizzativi e la difficoltà di rendere la disciplina realmente attrattiva per il pubblico televisivo.
Voi cosa ne pensate?
Foto by Massimo Argenzano/FISE – Scoopdyga.com agence de presse – Image by Gordon Johnson from Pixabay –
In foto Piergiorgio Bucci (2026) e H.H. Sheikh Hamdan bin Mohammed Al Maktoum (2014)
Luca Giannangeli
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