Propriocezione a cavallo, il senso nascosto che dà forma all’intesa.
Propriocezione, sentire il proprio corpo, riconoscere il movimento, trovare l’equilibrio insieme. Dietro la sintonia tra cavallo e cavaliere c’è un lavoro del sistema nervoso affascinante e spesso trascurato.
Un cavaliere esperto sembra muoversi senza sforzo. Il bacino accompagna l’andatura, il busto rimane composto, le mani seguono senza scatti. A chi osserva può sembrare una questione di talento. Eppure, dietro quella naturalezza c’è anche una capacità precisa, percepire dove si trova il proprio corpo e come si sta muovendo.Si chiama propriocezione. Nell’equitazione merita attenzione perché in sella il corpo deve continuamente adattarsi a un altro essere vivente, con un ritmo e un equilibrio propri.
Pensiamo a un gesto quotidiano come portare una mano al naso senza guardarla. Possiamo farlo perché il sistema nervoso riceve informazioni sulla posizione e sul movimento delle parti del corpo. I recettori presenti nei muscoli, nei tendini e nella pelle contribuiscono a questa percezione, insieme alle informazioni articolari. Nella loro rassegna pubblicata su Physiological Reviews, Uwe Proske e Simon Gandevia descrivono la propriocezione come una componente fondamentale del senso della posizione, del movimento e della forza.
In sella, questa capacità assume un significato particolare. Dove si trova il mio bacino? Sto caricando maggiormente una staffa? Le mani seguono il movimento o lo interrompono? Sono domande che riguardano la distanza, talvolta sorprendente, tra la posizione che crediamo di assumere e quella che assumiamo davvero. L’equilibrio nasce dall’integrazione di più informazioni: propriocezione, vista e sistema vestibolare, che contribuisce a percepire il movimento e l’orientamento della testa. Per questo “sentire il cavallo” comprende diversi processi sensoriali e motori che lavorano insieme.
Una delle ricerche più suggestive sull’argomento è quella di Lagarde e colleghi, pubblicata nel 2005 sul Journal of Motor Behavior. Confrontando un cavaliere esperto e uno principiante al trotto, gli autori osservarono una sincronizzazione più continua tra l’esperto e il cavallo; nel principiante, invece, comparivano momentanee interruzioni della sincronia. Il campione era molto piccolo e impone prudenza, ma offre un’immagine efficace, l’intesa passa anche attraverso la capacità di accordare i tempi del proprio corpo a quelli del cavallo. Uno studio successivo di Münz, Eckardt e Witte, condotto su venti cavalieri, ha rilevato differenze tra professionisti e principianti nella posizione e nel movimento del bacino, oltre che nel suo rapporto temporale con il movimento del cavallo. Questi risultati riguardano la coordinazione e la postura, non misurano direttamente la propriocezione, ma aiutano a comprendere quanto sia articolato l’adattamento richiesto al cavaliere.
C’è poi un dettaglio interessante. Alcune differenze emergono anche quando si scende da cavallo. Nel 2019, Olivier e colleghi hanno confrontato dieci amazzoni esperte con dodici donne non atlete. In determinate condizioni di instabilità, le amazzoni mostravano un migliore controllo posturale e, in alcune prove, una minore dipendenza dalla vista. Il risultato suggerisce un adattamento sensoriale associato alla pratica equestre; da solo, però, non dimostra che l’equitazione ne sia l’unica causa. Che cosa cambia, allora, nel modo di vivere una lezione? Queste ricerche suggeriscono una prospettiva utile: affiancare alle correzioni esterne un’attenzione più precisa alle sensazioni. Con la guida dell’istruttore, osservare come cambia l’appoggio, riconoscere un irrigidimento o confrontare ciò che si sente con un video può diventare un’occasione di apprendimento. L’obiettivo è dare un significato concreto a indicazioni familiari come “accompagna”, “trova il centro”, “segui il movimento”. Anche il linguaggio con cui descriviamo il cavaliere può cambiare. Una mano apparentemente ferma, per esempio, può richiedere continui piccoli adattamenti. La stabilità che vediamo dall’esterno può essere il risultato di un movimento ben coordinato. Parlare di propriocezione significa dunque dare un nome a una parte silenziosa dell’equitazione: quella in cui il cavaliere impara a riconoscersi mentre incontra il movimento del cavallo. È qui che la tecnica acquista sensibilità, e un’indicazione smette di essere soltanto una frase per diventare un’esperienza del corpo.
Proske, U. e Gandevia, S. C. (2012). The proprioceptive senses: their roles in signaling body shape, body position and movement, and muscle force. Physiological Reviews, 92(4), 1651–1697.
Spiega i meccanismi della propriocezione e la percezione di posizione, movimento e forza.
Lagarde, J., Kelso, J. A. S., Peham, C. e Licka, T. (2005). Coordination dynamics of the horse-rider system. Journal of Motor Behavior, 37(6), 418–424.
Münz, A., Eckardt, F. e Witte, K. (2014). Horse-rider interaction in dressage riding. Human Movement Science, 33, 227–237.
Studia le differenze nel movimento del bacino e nella coordinazione con il cavallo tra professionisti e principianti.
HSJ – RL
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