Andrea Pili, da Aachen una nuova prospettiva: «Ho capito quanto lavoro c’è dietro perché un atleta possa pensare solo alla gara»
Prima volta ad Aachen e prima esperienza nel ruolo di capo équipe per Andrea Pili, che ai FEI World Championships 2026 ha accompagnato Luca Cassottana, unico rappresentante azzurro nel Tiro a Quattro. Un Mondiale vissuto da una prospettiva nuova, tra responsabilità, emozioni e la scoperta di tutto quel lavoro che, lontano dal campo gara, permette all’atleta di concentrarsi esclusivamente sulla prestazione.
Entrare ad Aachen per la prima volta significa confrontarsi con un luogo che, per chi vive di sport equestri, ha qualcosa di diverso da qualsiasi altro campo gara. Farlo durante un Campionato del Mondo, vestendo i colori dell’Italia e assumendo per la prima volta il ruolo di capo équipe, aggiunge inevitabilmente qualcosa all’esperienza.
Per Andrea Pili, Aachen 2026 ha rappresentato tutto questo insieme.
Dal 17 al 23 agosto, nella settimana conclusiva dei FEI World Championships, Pili ha accompagnato Luca Cassottana e il suo team nel Campionato del Mondo di Attacchi Tiro a Quattro. Un incarico arrivato quasi all’ultimo momento, dopo l’impossibilità di Cristiano Cividini di essere presente, e accolto senza troppe esitazioni.
«Quando Cristiano mi ha chiesto se avessi voluto sostituirlo ho cercato di non dire di no, perché un’occasione del genere non capita tutti i giorni», racconta Pili. «Devo ringraziare lui per avermi dato questa possibilità e la Federazione per la fiducia. Non era scontato: sono giovane, magari non tutti mi conoscono ancora benissimo all’interno degli organi federali. Sono stati molto disponibili e professionali nei miei confronti, nonostante fossi alla prima esperienza».
La prima volta ad Aachen: «Mi sembrava di entrare nel tempio dell’equitazione»
La notizia è arrivata soltanto poche settimane prima della partenza. E il primo pensiero, racconta Andrea Pili, è stato immediato.
«Ho pensato: “Wow, bellissimo”. Aachen, durante la settimana dei Campionati del Mondo di salto ostacoli, con la squadra italiana di jumping e quella di paradressage presenti… Mi è sembrato subito di entrare nel tempio dell’equitazione nel migliore dei momenti».
Perché quella di Aachen non è stata soltanto una trasferta vissuta nella veste istituzionale di capo équipe. È stata anche l’occasione per sentirsi parte di una rappresentativa italiana più ampia, composta da discipline differenti ma unita dagli stessi colori.
«Essere lì come chef d’équipe e allo stesso tempo riuscire a tifare per gli italiani impegnati nelle altre discipline è stato molto elettrizzante. Ho cercato di seguire il salto ostacoli e il paradressage ogni volta che i nostri impegni me lo permettevano».
Un’esperienza nella quale il confine tra addetto ai lavori e appassionato, almeno per qualche momento, ha potuto assottigliarsi.
«Mi sono divertito tantissimo a fare il tifoso. C’erano altri italiani arrivati per seguire le proprie discipline e in qualche modo ci siamo uniti tutti. È stato davvero bello. Ho seguito fino alla fine, fino alla gara di Piergiorgio Bucci la domenica pomeriggio».
Aachen vista da dietro le quinte: «Una qualità dei servizi mai vista»
Ad impressionare Andrea è stata anche la macchina organizzativa di un evento capace di accogliere contemporaneamente competizioni mondiali, atleti, cavalli, addetti ai lavori e decine di migliaia di spettatori mantenendo, allo stesso tempo, un livello di attenzione altissimo.
«Aachen è davvero qualcosa di incredibile. Non mi sarei mai aspettato che, vista la quantità di persone e tutto quello che muove una manifestazione del genere, si riuscisse a mantenere un livello organizzativo così elevato. Sono stati fantastici in ogni dettaglio».
Un’attenzione che Pili ha percepito anche durante le riunioni riservate alle squadre.
«Veniva ribadito che al centro di tutto dovevano esserci gli atleti e i cavalli e che ogni cosa doveva essere organizzata affinché fossero messi nelle migliori condizioni possibili. Penso che ci siano riusciti: personalmente ho visto pochissime criticità, se non nessuna».
È forse proprio osservando dall’interno una macchina tanto complessa che Andrea Pili ha iniziato a leggere con occhi differenti anche il proprio incarico.
Il ruolo del capo équipe: esserci, senza invadere
Andrea Pili conosce le competizioni di attacchi soprattutto dalla prospettiva del driver. Ad Aachen, per la prima volta, ha dovuto cambiare posizione: non più soltanto chi entra in gara, ma chi lavora perché un altro atleta possa farlo nelle condizioni migliori.
Ed è qui che il Mondiale gli ha lasciato probabilmente uno degli insegnamenti più importanti.
«Facendo lo chef d’équipe ti rendi conto che durante una settimana di gara esistono tantissime sfumature che, quando sei il driver, non percepisci fino in fondo. Ci sono momenti nei quali magari vorresti dire qualcosa, ma capisci che l’atleta ha bisogno della sua concentrazione e allora devi essere capace di metterti da parte».
Una presenza, quindi, che non coincide necessariamente con l’intervento. A volte significa esattamente il contrario: capire quando fare un passo indietro.
«Ho cercato sempre di rimanere un esterno e di lasciare Luca nella sua concentrazione. Non mi sono mai permesso di intervenire su aspetti tecnici. Il mio compito era verificare che tutto procedesse nella maniera corretta».

La maratona, il momento di maggiore tensione
Se c’è stato un momento nel quale il peso della responsabilità si è fatto sentire più chiaramente, è stato durante la maratona.
Una prova che lo stesso Cassottana, nell’intervista rilasciata a horseshowjumping.tv (per leggerla clicca qui) al termine del Mondiale, ha descritto come particolarmente tecnica e impegnativa.
«Durante la maratona ero abbastanza teso. La mia priorità era che Luca riuscisse a terminare la prova perché era un percorso molto tecnico e complicato. Nel Tiro a Quattro basta un secondo: ci si può incastrare, può venir meno per un attimo la comunicazione tra i cavalli e il driver e può arrivare un errore capace di compromettere la gara. Sono situazioni che possono capitare a chiunque, indipendentemente dalla qualità del driver o dei cavalli».
Nel suo ruolo Andrea Pili ha potuto seguire da vicino la prova, spostandosi tra gli ostacoli e controllando che tutto ciò che circondava la prestazione funzionasse.
«Li seguivo tra un ostacolo e l’altro. Volevo essere sicuro che fossero a posto con i tempi e che i ragazzi dietro facessero il loro lavoro, sempre cercando però di non interferire con Luca».
Una descrizione che restituisce bene la natura del ruolo: essere abbastanza vicino da poter intervenire quando serve, ma sufficientemente lontano da non rompere quell’equilibrio mentale che, soprattutto in un Campionato del Mondo, può diventare determinante.
«Quando sei atleta sembra tutto automatico. Poi scopri che qualcuno, dietro, sta lavorando per far sì che risulti tale»
È probabilmente questa la consapevolezza più importante che Andrea Pili porta a casa da Aachen.
Chi gareggia vede inevitabilmente la competizione dalla propria prospettiva. Orari, comunicazioni, organizzazione, rapporti con la Federazione e tutte quelle incombenze che circondano la prestazione sembrano quasi muoversi da sole. Finché non si passa dall’altra parte.
«Quando vivi tutto da driver, alcune cose ti sembrano quasi scontate, automatiche. Essendo dall’altra parte ti rendi conto invece che c’è qualcuno che prepara tutto affinché tu possa pensare soltanto a fare l’atleta, a gareggiare e a competere senza occuparti del resto».
Dietro a quel “resto” c’è un’intera squadra.
«C’è una preparazione necessaria per far sì che l’atleta faccia semplicemente l’atleta e non è affatto scontata. C’è il trainer di riferimento, lo chef d’équipe, il veterinario, tutta la struttura federale. Da atleta non me ne ero mai reso conto fino in fondo, proprio perché pensi a fare l’atleta».
Una frase semplice che, forse più di altre, racconta cosa abbia significato questa prima esperienza: «Quando la devi fare tu, ti accorgi davvero di quanto conti curare ogni dettaglio».
Un epilogo da trasformare in esperienza
Il Campionato del Mondo di Luca Cassottana si è concluso con un epilogo amaro, dopo la non conformità riscontrata nella carreggiata della carrozza, risultata inferiore di 2,5 centimetri rispetto alla misura prevista dal regolamento.
Una svista che ha portato all’eliminazione dell’azzurro e che resta inevitabilmente parte dell’esperienza vissuta ad Aachen, senza però cancellare il percorso compiuto durante la settimana né quanto questa trasferta possa rappresentare in prospettiva.
Pili stesso, interrogato su ciò che avesse imparato dal suo primo Mondiale da capo équipe, ha risposto inizialmente con una battuta: «A controllare meglio la carreggiata delle carrozze».
Dietro il sorriso resta un principio molto più serio: anche gli errori diventano esperienza quando vengono analizzati, compresi e utilizzati per migliorare. E in una disciplina nella quale ogni dettaglio, tecnico e organizzativo, può avere un peso decisivo, anche una giornata difficile può trasformarsi in uno strumento di crescita.
Un ruolo che potrebbe diventare un percorso
Conclusa la prima esperienza, Andrea Pili non nasconde che quella dello chef d’équipe sia una strada che, con il tempo, potrebbe avere voglia di approfondire.
«Facendo gare da tanti anni e cercando di girare il più possibile, le dinamiche sono quelle che in parte già conosci. Non c’è stata una situazione che mi abbia trovato completamente impreparato. Però penso che, con un po’ di lavoro e di esperienza negli anni, possa essere una cosa bella da approfondire».
Non necessariamente, dunque, una parentesi isolata.
«Potrebbe diventare un percorso da inseguire con divertimento e con voglia».
Aachen, in questo senso, gli ha consegnato un punto di osservazione nuovo. Per un driver abituato a vivere la gara dalle redini, scoprire il lavoro che si svolge dietro le quinte significa anche comprendere in maniera diversa la responsabilità di chi accompagna una squadra.
E forse proprio questo è il valore più profondo della trasferta tedesca: essere arrivato ad Aachen per sostenere un atleta ed essere tornato con una comprensione più completa di cosa significhi costruire, intorno a quell’atleta, una squadra.
Da Aachen a Verolanuova: lavorare per far crescere gli Attacchi
L’esperienza internazionale si lega anche al lavoro che z Andrea sta portando avanti in Italia, in particolare alle Scuderie San Giorgio di Verolanuova, realtà con la quale collabora per lo sviluppo delle competizioni di Attacchi.
«Per quanto riguarda gli Attacchi sto cercando di essere un punto di riferimento per Mauro Bertocchi e Nancy Maggini per la struttura. Abbiamo anche un rapporto di amicizia che va oltre i cavalli e, per qualsiasi cosa possano avere bisogno, sono lì per loro».
Il lavoro guarda già al 2027 e alla prossima edizione dell’internazionale.
«Stiamo già organizzando per il prossimo anno. C’è tanto lavoro da fare, ma è un lavoro bello, perché significa cercare di dare il nostro contributo alla disciplina».
E dopo aver visto da vicino uno dei massimi esempi mondiali di organizzazione degli sport equestri, alcuni insegnamenti possono inevitabilmente essere riportati a casa.
L’obiettivo, naturalmente con dimensioni e realtà differenti, è continuare ad alzare il livello.
«Cerchiamo di offrire un posto che abbia sempre più caratteristiche vicine a quelle delle sedi d’élite europee per quanto riguarda le gare di Attacchi. Secondo me, con lavoro e dedizione, nel giro di poco tempo Verolanuova può diventare un punto di riferimento nel calendario internazionale».
Pili non ha dubbi soprattutto sul potenziale della struttura e delle persone che la stanno facendo crescere.
«Hanno tutte le carte in regola per riuscirci. La struttura è fantastica e le persone che ci lavorano hanno davvero l’attitudine giusta».
Da Aachen a Verolanuova, quindi, il filo conduttore rimane lo stesso: osservare, imparare e riportare l’esperienza nel lavoro quotidiano.
Per Andrea Pili il primo Campionato del Mondo vissuto da capo équipe si chiude così con molto più di un risultato sportivo. Rimane la responsabilità sperimentata per la prima volta, la tensione della maratona, l’orgoglio di rappresentare l’Italia, la possibilità di tifare gli azzurri mescolandosi agli altri italiani sulle tribune di Aachen e, soprattutto, una consapevolezza nuova.
Dietro ogni atleta che entra in campo da solo c’è una squadra che lavora perché, almeno in quel momento, possa davvero permettersi di esserlo.
Alessandra Ceserani
Ph1 FEI | Ph 2 Massimo Argenziano
© Riproduzione riservata.