Il cavallo ha senso dell’umorismo?
Giochi, dispetti e comportamenti sorprendenti, dietro l’eleganza del cavallo si nasconde una personalità molto più vivace di quanto immaginiamo.
Chi frequenta una scuderia lo sa. Prima o poi arriva quel momento in cui si ha la netta sensazione che il cavallo ci stia prendendo in giro.
C’è quello che aspetta pazientemente che il cavaliere si avvicini per infilargli la capezza e, proprio all’ultimo secondo, sposta la testa. Quello che durante la pulizia afferra delicatamente una spazzola e la lascia cadere a terra. Quello che sembra ignorare qualsiasi richiamo, salvo poi comparire con sorprendente rapidità quando sente il rumore di un secchio.
E poi ci sono gli specialisti dell’arte del “non sono stato io”: cavalli capaci di aprire chiusure, spostare oggetti, rovesciare contenitori e osservare subito dopo il risultato con un’espressione che, agli occhi umani, appare decisamente sospetta.
Ma possiamo davvero parlare di senso dell’umorismo nel cavallo?
La risposta è più complessa — e più interessante — di una semplice battuta da scuderia.
Quando il gioco diventa una cosa seria.
Attribuire intenzioni umane agli animali è sempre rischioso. Un cavallo non compie necessariamente un gesto buffo con l’obiettivo consapevole di farci ridere. Quello che noi interpretiamo come “dispetto” può essere curiosità, ricerca di attenzione, esplorazione, apprendimento o semplicemente gioco.
E il gioco, nel cavallo, è tutt’altro che un comportamento insignificante.
Basta osservare un gruppo di cavalli giovani al paddock. Si rincorrono, cambiano improvvisamente direzione, simulano piccoli confronti, si mordicchiano, impennano, partono al galoppo e pochi secondi dopo sembrano aver dimenticato completamente il motivo di tanta agitazione.
Non stanno perdendo tempo. Attraverso il gioco sperimentano movimenti, relazioni sociali e limiti reciproci. È un’attività che permette loro di interagire con l’ambiente e con gli altri individui.
E non sono soltanto i puledri a giocare. Anche molti cavalli adulti mantengono una forte propensione alla curiosità e all’interazione, soprattutto quando vivono in condizioni che consentono movimento, contatto sociale ed esplorazione.
Il grande talento per rubare qualsiasi cosa.
Tra i comportamenti che più divertono chi vive quotidianamente con i cavalli c’è una curiosità quasi irresistibile verso gli oggetti.
Una giacca appesa troppo vicino al box? Interessante.
Una cerniera? Ancora meglio.
Una spazzola dimenticata sul bordo? Assolutamente da investigare. Un secchio apparentemente innocuo? Potenziale fonte di grandi scoperte.
Il muso e le labbra del cavallo sono strumenti estremamente importanti per esplorare ciò che lo circonda. Per questo molti soggetti toccano, spostano e afferrano gli oggetti che incontrano. Il risultato, dal punto di vista umano, può essere esilarante. Un cavallo che prende una spazzola e la lancia a terra non sta necessariamente elaborando un piano per costringerci a raccoglierla. Ma se ogni volta che lo fa ottiene immediatamente una reazione — una voce, uno sguardo, una risata o semplicemente la nostra attenzione — può imparare rapidamente che quel comportamento produce conseguenze interessanti.
Ed è qui che la situazione diventa ancora più curiosa: a volte siamo proprio noi, senza rendercene conto, a insegnare al cavallo i suoi “scherzi” migliori.
Campioni nell’addestrare gli esseri umani. Parliamo spesso di addestramento del cavallo, ma molto meno di quanto il cavallo sia bravo ad addestrare noiPensiamo al classico cavallo che raspa con l’anteriore mentre aspetta il cibo. Se, dopo averlo visto raspare, qualcuno arriva immediatamente con la razione, il collegamento può diventare molto semplice: faccio questo e succede qualcosa che mi interessa.
Lo stesso principio può comparire in tantissime situazioni quotidiane.
Alcuni cavalli imparano quali movimenti attirano l’attenzione del proprietario, quali comportamenti fanno comparire una ricompensa e perfino con quali persone determinate strategie funzionano meglio. Chiunque abbia conosciuto un cavallo particolarmente sveglio probabilmente ha pronunciato almeno una volta la frase: “Con me non lo fa”. E forse aveva ragione. I cavalli sono ottimi osservatori. Prestano attenzione ai nostri movimenti, alle abitudini e alle conseguenze delle loro azioni. Non serve immaginare complicati ragionamenti umani per riconoscere quanto possano essere efficaci nell’apprendere dalle esperienze quotidiane.
Quelle facce che ci fanno ridere.
C’è poi un altro elemento che contribuisce alla fama comica del cavallo: la sua straordinaria espressività. Orecchie, occhi, narici, labbra, testa e postura partecipano alla comunicazione. Un cambiamento che a una persona inesperta potrebbe sembrare insignificante può raccontare molto a chi conosce bene l’animale. Le orecchie, in particolare, sono continuamente in movimento. Possono orientarsi verso un rumore, seguire qualcosa che accade alle spalle oppure accompagnare altri segnali corporei. Il problema — o forse il bello — è che noi esseri umani siamo irresistibilmente portati a interpretare quelle espressioni secondo il nostro linguaggio.
Così un cavallo che allunga il collo verso una tasca diventa “il ladro di biscotti”, quello che ci osserva da lontano sembra “offeso” e quello che rimane immobile mentre lo chiamiamo assume improvvisamente l’aria di chi sta fingendo di non aver sentito.
Sono interpretazioni divertenti, purché non dimentichiamo che il comportamento equino ha un proprio significato e non è semplicemente una versione a quattro zampe del comportamento umano.
Il cavallo che “non vuole farsi prendere”.
È una delle scene più classiche. Entriamo nel paddock. Il cavallo ci guarda. Noi camminiamo verso di lui. Lui rimane fermo. Ottimo. Ancora qualche metro. Ancora uno. Allunghiamo la mano verso la capezza e… due passi indietro. Ripartiamo. Il cavallo si ferma. Ci avviciniamo. Altri due passi. Dopo qualche minuto, quella che doveva essere una semplice operazione può trasformarsi in una partita a scacchi giocata su un prato.
La tentazione è pensare: “Lo fa apposta”.
In realtà, anche qui bisogna osservare il contesto. Un cavallo che evita di farsi prendere potrebbe aver associato l’arrivo della persona alla fine del tempo trascorso al paddock, al lavoro o a un’esperienza che non considera particolarmente piacevole. Oppure potrebbe aver semplicemente imparato che allontanarsi produce una determinata risposta da parte nostra.
Prima di definirlo testardo o dispettoso, quindi, vale la pena chiedersi che cosa abbia imparato dalle esperienze precedenti.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più affascinanti dell’etologia applicata: dietro una scena apparentemente comica può nascondersi un’informazione importante sul rapporto tra cavallo, ambiente e persona.
Ridere sì, antropomorfizzare meno.
Vivere con i cavalli significa inevitabilmente collezionare episodi divertenti. E non c’è niente di male nel raccontarli attribuendo al protagonista intenzioni quasi umane: fa parte del rapporto affettivo che costruiamo con gli animali. Il problema nasce quando l’etichetta sostituisce l’osservazione. “È pigro.” “È dispettoso.” “È geloso.” “Mi prende in giro.” Sono spiegazioni immediate e molto umane, ma possono impedirci di porci la domanda più utile: perché il cavallo sta facendo questo? Potrebbe esserci un comportamento appreso, una richiesta, una motivazione sociale, una risposta all’ambiente, uno stato emotivo oppure, in alcuni casi, una condizione di disagio che merita attenzione.
Comprendere il comportamento significa quindi concedersi anche una risata, ma senza smettere di osservare.
Allora il cavallo ride con noi?
Probabilmente la domanda più interessante non è stabilire se il cavallo possieda un senso dell’umorismo identico al nostro.
È riconoscere che abbiamo davanti un animale sociale, curioso, capace di apprendere e dotato di una personalità individuale che emerge continuamente nelle interazioni quotidiane.
Alcuni cavalli sembrano cercare maggiormente il contatto, altri amano esplorare qualsiasi novità, altri ancora sono maestri nell’imparare piccole strategie che mettono alla prova la pazienza di chi li gestisce. Ed è forse proprio questa individualità a rendere la relazione con loro così coinvolgente. Il cavallo perfettamente immobile, prevedibile e sempre uguale a se stesso esiste soprattutto nelle fotografie. Quello reale osserva, reagisce, impara, prova, comunica e qualche volta fa qualcosa di completamente inatteso. Magari non ha progettato di farci ridere.Ma quando, dopo venti minuti passati a cercare una spazzola, scopriamo che il nostro cavallo l’ha trascinata nell’angolo più lontano del box e ci sta osservando tranquillamente, mantenere un atteggiamento rigorosamente scientifico può diventare piuttosto difficile.
HSJ – RL
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